Quindici giorni dopo Veronica era sulla pista dell’aereoporto di Linate. Ancora pochi passi e sarebbe salita sull’aereo che l’avrebbe portata a Lusaka, Zambia. Sarebbero state diciotto interminabili ore comprensive di due scali ma a lei tutto questo trambusto non interessava nulla, anzi ci si stava fiondando a capofitto e, ad ogni ora che passava, stava riscoprendo in lei un’energia nuova, simile per intensità, sebbene diversa, in quanto a sostanza, a quella che ricordava perfettamente di aver provato in ogni attimo della sua vita quando aveva avuto Lorenzo al suo fianco.
L’aria calda di una mattinata che stava annunciando un’ottima estate le si infilava nei vestiti e le scompigliava i capelli facendola sentire frizzante come non mai. Il delicato e dolce profumo della crema alla pesca che si era sparsa abbondantemente sulla pelle ancora umida appena dopo la doccia l’avvolgeva ora in un piacevole effluvio. Era un sentore dolce e rassicurante, che le dava quasi l’idea di essere avvolta dalla positività di quella sua scelta con cui stava dando una svolta epocale alla sua vita. Era da quando aveva conosciuto Lorenzo che aveva cominciato a intuire che le scelte del cuore sono le uniche che danno un senso alla propria vita, le sole che non si rimpiangono, qualunque sia lo sforzo che comportano e che, inevitabilmente, comporteranno.
Veronica aveva con sé pochi bagagli, il diploma infermieristico e l’indirizzo della sede di un piccolo ospedale dove era stata assegnata da un’ associazione umanitaria con la quale era entrata casualmente in contatto tramite amicizie.
Non le era dispiaciuto lasciare il lavoro né il suo grazioso appartamentino. Tra pizze e aperitivi aveva fatto in tempo a salutare tutte le amicizie che aveva e, per quanto riguarda i famigliari, era stata sufficiente una visita e poche parole. Sua madre non c’era da qualche anno e suo padre era una persona che, nonostante l’età, era riuscito a comprendere con maggior perspicacia questa inversione di rotta che quasi tutti gli altri amici e parenti giudicavano folle. Quando Veronica era andata a trovarlo, l’aveva ascoltata in silenzio e in silenzio egli aveva meditato per qualche attimo prima di abbracciarla con trasporto. Non ci furono rimostranze, né lamentele e la sua benedizione fu accompagnata solo da qualche doverosa e inevitabile raccomandazione e da poche parole di commiato. Tra loro più o meno era sempre andata così. Tra Veronica e il padre esisteva uno di quei rari rapporti padre-figlia nei quali non c’era nessuna forma di sciocca gelosia, né recriminazioni di alcun tipo, bensì solo tanta serenità e fiducia. Era un vero dono del Cielo, del quale, tuttavia, lei sembrava accorgersi forse solo ora.
Dopo aver sistemato con cura i bagagli, Veronica si mise seduta tranquillamente al posto che le era stato assegnato. Nel giro di pochi minuti l’aereo decollò. Sapendo che avrebbe dovuto adattarsi a del cibo che sarebbe stato completamente diverso, si era prudentemente portata dietro qualche panino, giusto per assaporare fino all’ultimo qualcosa che sicuramente le sarebbe mancato: del buon cibo italiano. Ma tutto sommato c’erano cose ben peggiori, nella vita, da superare e in quel momento sentiva che molte di queste, ormai, le poteva guardare dall’alto, come se fossero stati dei gradini di una scala tortuosa che aveva già salito e che le permettevano ora di sentirsi ben più forte e motivata a vivere di quanto non lo fosse mai stata fino a prima.
Tra gli scalini della sua vita ritrovava un’infinità di inquadrature, di spezzoni di vita che le appartenevano e che pure sentiva distanti, ora, molto distanti. Vedeva correre lei bambina. Aveva le braccia tese verso il papà e non aveva visto un ostacolo. Si era fatta male, era caduta e qualcuno l’aveva rialzata. Rivedeva lo sguardo freddo di quell’insegnante che le aveva fatto una domanda trabocchetto all’esame di terza media. Rivedeva l’amica che in un’umida sera di primavera le aveva rubato il fidanzatino sotto gli occhi, così, senza nessun pudore. E poi vedeva una moto sfasciata, stesa sopra un nastro grigio d’asfalto che sapeva ancora di sangue e d’erba. Vedeva una linea verdognola che scorreva flebile sullo schermo nero di un computer. Ricordava di averla fissata per ore. Quella maledetta linea verdognola si era contesa il suo sguardo assieme al corpo di Lorenzo che, sebbene immobile nel letto, continuava ad attirarla come se fosse il più adorabile degli uomini. Ricordava ancora una scala, e questa era una vera scala, che aveva salito assieme a persone amiche. Le sembrava infinita. Di solito si sale una scala con solennità per giungere ad un altare ed invece quella scala l’aveva condotta ad un ultimo addio. Vedeva poi ancora una strada lunghissima che sembrava non finire mai, e luoghi a lei sconosciuti, colmi di gente sconosciuta, che l’avevano scrutata con tanta curiosità e con nessuna compassione. Era la famiglia di Lorenzo, gente che non aveva fatto in tempo a conoscere né ad amare. Sentiva su di sé i loro sguardi gelidi, di persone che non la volevano tra loro e che si chiedevano cosa mai ci fosse venuta a fare in un posto così lontano a salutare per l’ultima volta un uomo che era stato con lei solo per così poco tempo. Non essendo stata né moglie né madre per loro contava poco più di niente. Ed infine le parve di rivedere anche lo sguardo sornione e lussurioso di Michele che la fissava e ricordò con disgusto i momenti nei quali aveva cercato di rifare pace con la vita scambiando il sesso per amore.
Non era questo quello che voleva lei dalla vita. Poteva andare bene per altri, per lei no. Non voleva diventare un’acida single che si aggira per aperitivi e serate in cerca di un possibile buon partito, magari strappandolo all’amica di turno. Non voleva nemmeno colmare il suo pur sano bisogno dare e ricevere amore sfornando un figlio col primo che sarebbe capitato. Che senso avrebbe avuto dar vita a una creatura senza desiderarla e volerla in due, senza dargli la possibilità di avere il sostegno di un padre? Con molta probabilità sapeva che avrebbe messo al mondo un infelice e, così facendo, avrebbe finito per considerarsi una squallida egoista, ma lei non era così.
Dopo essere rimasta pervasa per un bel po’ di tempo da questi ricordi e dalla miriade di riflessioni generate dagli stessi, Veronica si addormentò senza nemmeno accorgersene. Il mattino dopo, l’Africa l’accolse con una sferzata d’aria caldissima non appena mise piede sulla scaletta di servizio ai passeggeri dell’aereoporto di Lusaka.
Mesi dopo, Giuliana e Marco ricevettero una mail da Veronica con allegata una foto. Le parole erano poche, quasi di circostanza, ma la foto diceva ben di più di tutto quanto avrebbe potuto dire una lettera anche di tre, quattro pagine, per quanto ben scritta e dettagliata. Nella foto c’era Veronica in mezzo a una decina di bambini. Ne aveva uno in braccio. Il suo sorriso era quello di una persona soddisfatta, sinceramente soddisfatta, fino all’ultima sua minima cellula. Accanto a lei, di spalle, c’era quello che sembrava un giovane medico dallo sguardo rassicurante e dal sorriso sincero. La mano di lui faceva fare ‘ciao’ alla manina del bimbo che Veronica stringeva amorevolmente a sé.