mercoledì 23 maggio 2012

FOOTLOOSE


A 20 anni o giù di lì sono cresciuta nel mito  secondo cui la danza era sinonimo di vitalità e perché no, anche di affermazione. Da 'Grease' a 'Dirty Dancing', da 'La febbre del sabato sera' a 'Flashdance' fino alla serie quotidiana di 'Fame' (Saranno famosi), negli anni in cui le stelle ballavano anche io ballavo, o almeno ‘mi ci provavo’. La vitalità era al momento giusto e sarebbe stato un vero peccato non sfruttarla. Veramente la danza mi é sempre piaciuta, fin da piccola, cioè da quando ero invidiosetta di mia cugina che, all’epoca magrissima e con la madre più ‘tecnologica’ della mia, si poteva permettere di frequentare una scuola di ballo in città.
Io dovetti ripiegare su delle ben più noiose lezioni di pianoforte in casa, sia perché, per l’appunto, mia mamma non mi avrebbe mai accompagnato in città per certe cose, sia perché, ahimé, all’epoca ero cicciottina e avevo, tra l’altro un già discreto numero di piede; difettucci non da poco per un'aspirante ballerina, e sui quali la graziosa e magra cugina non esitava di puntualizzare con una certa ironia e con mio grande dispiacere, come potete ben immaginare.
Ma gli anni passarono e tante cose cambiarono. Sui 12 anni cominciai a trasformarmi vistosamente, senza quasi che me ne accorgessi. Ricordo che cominciai a notare che, al posto della mia solita pancetta da bimba golosamente attratta dai plum cake e dai paninetti al salame, apparve improvvisamente un punto vita stretto stretto e dei fianchi ampi e armoniosi, da donna: insomma, quella che si dice una classica forma ad anfora! Non mi riconoscevo più!
Chi mi conosce sa bene che le cose non mutarono in positivo a tal punto, in quanto in seguito, tra i 15 e 16 anni, dovetti subire lo tsunami fisico ed emozionale dell’anoressia. Ma, passato quello, le cose tornarono a posto e fu così che, per qualche anno, frequentai un corso di danza moderna, con tanto di saggio finale a teatro.
 Non parliamo poi delle sere in discoteca al mare..chi ha letto Cuor di Briosshhh sa bene delle mie pazzie.
Ebbene, pochi giorni fa ho organizzato con degli amici una serata ‘disco’, naturalmente anni ’80!
Che dire….le musiche erano le stesse ma le sensazioni erano estremamente diverse. Purtroppo la necessità di spensieratezza che sentivo dentro non aveva nulla a che fare con la realtà. Troppo diverso, il mondo intorno a me, da quello dei ricordi. Molta, infinitamente molta meno anche l’energia che sentivo dentro. E così ho pensato alle notti in piedi coi bimbi in braccio, alle borse della spesa portate su e giù per le scale, alle ore in macchina, in mezzo al traffico, e anche a tutte quelle passate in ufficio, e perché no, anche alla montagna di roba stirata, ai pranzi, alle cene, ai piatti e alle pentole lavate. Non potevo essere come allora: tanta vita è già passata, è stata data e non può tornare indietro.
Non c'era nemmeno, come allora, la prospettiva più interessante; quella di uno sguardo che mi potesse catturare o di cui poter catturare l'attenzione. E' stato solo un placido momento cercato apposta per far affiorare dei ricordi, e i ricordi, i miei almeno, non mi fanno mai male, nemmeno i più dolorosi, come, allo stesso tempo, non riesco nemmeno ad esaltarmi nel ripensare a certi momenti che posso definire 'belli': quel che é stato é stato e io sono fatta anche di quei momenti, belli o brutti che siano. Sono parte di me e con essi vado incontro, ogni giorno, alla vita che verrà....

venerdì 18 maggio 2012

INTELLIGENZA, CULTURA & UMANITA'

Ascoltando più o meno distrattamente gli affari politici italiani di questi ultimi mesi l'unica cosa che mi sento di dire con certezza é che INTELLIGENZA e CULTURA, senza UMANITA', valgono veramente poco, anzi, quasi nulla. La cultura si acquisisce, l'intelligenza si può affinare o la si può lasciar poltrire, l'umanità é invece un dono a se stante, stabile, fisso. Un po' come la fede, o la si possiede oppure no. E' difficile anche insegnarla, anche perché, più che su una serie di regole canoniche, si basa semmai su degli atteggiamenti, su delle attenzioni, su delle profondità dell'anima che, per l'appunto si posseggono oppure no. Da una parte é utile l'umanità, in quanto ti consente di aprire una sorta di 'canale' di comunicazione con gli altri; dall'altra bisogna però anche essere consapevoli che da questo canale, come se fosse una porta aperta, possono entrare spifferi e polvere e batteri: in pratica, le cattiverie altrui. E queste possono fare male, molto male, e qui,allora, deve intervenire, semmai, l'intelligenza, che permette di salvaguardarsi.
Tutte le volte che penso ad es. all'operato di questo governo tecnico che era partito come se fosse diretto da dei 'duri e puri' e mi ritrovo invece ora di fronte a una serie di tasse e controtasse che qualsiasi imbecille (passatemi il termine) sarebbe stato capace di emettere, mi viene da pensare seriamente che 'i primi della classe' non sempre sono i migliori in ogni senso. Veramente la cosa era risaputa, almeno per me, fin dai tempi della scuola, ma ora é proprio lampante.
Messer Monti & C. sono provvisti di cultura e intelligenza ma la dose di umanità é così scarsa che anche l'intelligenza ne risente.
Io non sarei mai riuscita ad entrare in politica: troppi i compromessi cui sottostare, troppa l'aria fritta' da vendere. Ho troppo rispetto per me stessa e per gli altri per cui il 'raccontar balle' non fa per me.
Se queste persone che sono tanto dotte e sono sicuramente molto intelligenti per essere arrivate dove sono, come mai però non riescono a capire che bisogna anche 'sollevare' 'animo della gente e non solo martellare a destra e a manca? Cosa credono di ottenere in questo modo? Dal posto in cui stanno la dovrebbero smettere di fare i predicatori oppure di fare incontri al vertice anche a livello europeo solo per ribadire concetti qualunquisti e banali. Così distruggono la voglia di fare anche del più volonteroso e onesto dei cittadini: io mi chiedo come facciano a non capirlo!

sabato 12 maggio 2012

UNA SIGARETTA ACCESA - EPISODIO FINALE -


Quindici giorni dopo Veronica era sulla pista dell’aereoporto di Linate. Ancora pochi passi e sarebbe salita sull’aereo che l’avrebbe portata a Lusaka, Zambia. Sarebbero state diciotto interminabili ore comprensive di due scali ma a lei tutto questo trambusto non interessava nulla, anzi ci si stava fiondando a capofitto e, ad ogni ora che passava, stava riscoprendo in lei un’energia nuova, simile per intensità, sebbene diversa, in quanto a sostanza, a quella che ricordava perfettamente di aver provato in ogni attimo della sua vita quando aveva avuto Lorenzo al suo fianco.

L’aria calda di una mattinata che stava annunciando un’ottima estate le si infilava nei vestiti e le scompigliava i capelli facendola sentire frizzante come non mai. Il delicato e dolce profumo della crema alla pesca che si era sparsa abbondantemente sulla pelle ancora umida appena dopo la doccia l’avvolgeva ora in un piacevole effluvio. Era un sentore dolce e rassicurante,  che le dava quasi l’idea di essere avvolta dalla positività di quella sua scelta con cui stava dando una  svolta epocale alla sua vita. Era da quando aveva conosciuto Lorenzo che aveva cominciato a intuire che le scelte del cuore sono le uniche  che danno un senso alla propria vita, le sole che non si rimpiangono, qualunque sia lo sforzo che comportano e che, inevitabilmente, comporteranno.

Veronica aveva con sé pochi bagagli, il diploma infermieristico e l’indirizzo della sede di un piccolo ospedale dove era stata assegnata da un’ associazione umanitaria con la quale era entrata casualmente in contatto tramite amicizie.

Non le era dispiaciuto lasciare il lavoro né il suo grazioso appartamentino. Tra pizze e aperitivi aveva fatto in tempo a salutare tutte le amicizie che aveva e, per quanto riguarda i famigliari, era stata sufficiente una visita e poche parole. Sua madre non c’era da qualche anno e suo padre era una persona che, nonostante l’età, era riuscito a comprendere con maggior perspicacia questa inversione di rotta che quasi tutti gli altri amici e parenti giudicavano folle. Quando Veronica era andata a trovarlo, l’aveva ascoltata in silenzio e in silenzio egli aveva meditato per qualche attimo prima di abbracciarla con trasporto. Non ci furono rimostranze, né lamentele e la sua  benedizione fu accompagnata solo da qualche doverosa e inevitabile raccomandazione e da poche parole di commiato. Tra loro più o meno era sempre andata così. Tra Veronica e il padre esisteva uno di quei rari rapporti padre-figlia nei quali non c’era nessuna forma di sciocca gelosia, né recriminazioni di alcun tipo, bensì solo tanta serenità e fiducia. Era un vero dono del Cielo, del quale, tuttavia, lei sembrava accorgersi forse solo ora.

Dopo aver sistemato con cura i bagagli, Veronica si mise seduta tranquillamente al posto che le era stato assegnato. Nel giro di pochi minuti l’aereo decollò. Sapendo che avrebbe dovuto adattarsi a del cibo che sarebbe stato completamente diverso, si era prudentemente portata dietro qualche panino, giusto per assaporare fino all’ultimo qualcosa che sicuramente le sarebbe mancato: del buon cibo italiano. Ma tutto sommato c’erano cose ben peggiori, nella vita, da superare e in quel momento sentiva che molte di queste, ormai, le poteva guardare dall’alto, come se fossero stati dei gradini di una scala tortuosa che aveva già salito e che le permettevano ora di sentirsi ben più forte e motivata a vivere di quanto non lo fosse mai stata fino a prima.

Tra gli scalini della sua vita ritrovava un’infinità di inquadrature, di spezzoni di vita  che le appartenevano e che pure sentiva distanti, ora, molto distanti. Vedeva correre lei bambina. Aveva le braccia tese verso il papà e non aveva visto un ostacolo. Si era fatta male, era caduta e qualcuno l’aveva rialzata. Rivedeva lo sguardo freddo di quell’insegnante che le aveva fatto una domanda trabocchetto all’esame di terza media. Rivedeva l’amica che in un’umida sera di primavera le aveva rubato il fidanzatino sotto gli occhi, così, senza nessun pudore. E poi vedeva  una moto sfasciata, stesa sopra un nastro grigio d’asfalto che sapeva ancora di sangue e d’erba. Vedeva una  linea verdognola che scorreva flebile sullo schermo nero di un computer. Ricordava di averla fissata per ore. Quella maledetta linea verdognola si era contesa il suo sguardo assieme al corpo di Lorenzo che, sebbene immobile nel letto, continuava ad attirarla come se fosse il più adorabile degli uomini. Ricordava ancora una scala, e questa era una vera scala, che aveva salito assieme a persone amiche. Le sembrava infinita. Di solito si sale una scala con solennità per giungere ad un altare ed invece quella scala l’aveva condotta ad un ultimo addio. Vedeva poi ancora una strada lunghissima che sembrava non finire mai, e luoghi a lei sconosciuti, colmi di gente sconosciuta, che l’avevano scrutata con tanta curiosità e con nessuna compassione. Era la famiglia di Lorenzo, gente che non aveva fatto in tempo a conoscere né ad amare. Sentiva su di sé i loro sguardi gelidi,  di persone  che non la volevano tra loro e che si chiedevano cosa mai ci fosse venuta a fare in un posto così lontano a salutare per l’ultima volta un uomo che era stato con lei solo per così poco tempo. Non essendo stata né moglie né madre  per loro contava poco più di niente. Ed infine le parve di rivedere anche lo sguardo sornione e lussurioso di Michele che la fissava e ricordò con disgusto i momenti nei quali aveva cercato di rifare pace con la vita scambiando il sesso per amore.

Non era questo quello che voleva lei dalla vita. Poteva andare bene per altri, per lei no. Non voleva diventare un’acida single che si aggira per aperitivi e serate in cerca di un possibile buon partito, magari strappandolo all’amica di turno. Non voleva nemmeno colmare il suo pur sano bisogno dare e ricevere amore sfornando un figlio col primo che sarebbe capitato. Che senso avrebbe avuto dar vita a una creatura senza desiderarla e volerla in due, senza dargli la possibilità di avere il sostegno di un padre? Con molta probabilità sapeva che avrebbe messo al mondo un infelice e, così facendo, avrebbe finito per considerarsi una squallida egoista, ma lei non era così.

Dopo essere rimasta pervasa per un bel po’ di tempo da questi ricordi e dalla miriade di riflessioni generate dagli stessi, Veronica si addormentò senza nemmeno accorgersene. Il mattino dopo, l’Africa l’accolse con una sferzata d’aria caldissima non appena mise piede sulla scaletta di servizio ai passeggeri dell’aereoporto di Lusaka.

Mesi dopo, Giuliana e Marco ricevettero una mail da Veronica con allegata una foto. Le parole erano poche, quasi di circostanza, ma la foto diceva ben di più di tutto quanto avrebbe potuto dire una lettera anche di tre, quattro pagine, per quanto ben scritta e dettagliata. Nella foto c’era Veronica in mezzo a una decina di bambini. Ne aveva uno in braccio. Il suo sorriso era quello di una persona soddisfatta, sinceramente soddisfatta, fino all’ultima sua minima cellula. Accanto a lei, di spalle, c’era quello che sembrava un giovane medico dallo sguardo rassicurante e dal sorriso sincero. La mano di lui faceva fare ‘ciao’ alla manina del bimbo che Veronica stringeva amorevolmente a sé.




giovedì 3 maggio 2012

DEI PADRI

Nessuno ti può dare le istruzioni per essere un buon genitore. Se un metodo é stato efficace per educare bene un figlio non é detto che lo stesso metodo ti riservi gli identici risultati nel caso lo si applichi ad un altro figlio. Situazioni e tempistiche sono diversi e diversi sono i mix caratteriali che si creano e trasformano in continuazione. Io sono madre e, un po' come fanno tutte le madri, ai tempi in cui avevo due figli piccoli e un marito ho avuto il necessario ruolo di cercare di 'addolcire' certe pretese che ritenevo eccessive da parte del consorte nei riguardi del figlio maschio. Con la figlia femmina é stato diverso; le figlie, si sa, di norma vengono guardate e seguite sempre con minore attenzione rispetto al 'maschio'. Quando mio marito seppe che aspettavo l'erede, quella sera stessa mi portò fuori a cena. La cena non si ripeté quando seppe che sarebbe arrivata una femminuccia..in compenso l'unica cosa rilevante che ricordo fu che, quando lo seppe, disse queste testuali parole 'ora capisco tuo padre'. Insomma, il maschio eccita l'orgoglio, la femmina suscita la gelosia. Sembra che l'"erede" debba per forza incarnare tutti i sogni infranti di un genitore, ma questa é cosa che io personalmente giudico un gravissimo errore. A me sarebbe piaciuto fare il medico, l'insegnante, la scenografa, l'attrice, l'architetto. Se avessi inculcato tali e tante prospettive nella mia figliolanza credo che come minimo li avrei sconcertati. Il discorso sarebbe ampio e qui non é il caso di allargarsi. Quello che volevo dire qui é che i padre, certi padri, ad un certo punto dovrebbero fare una riflessione. Dovrebbero capire e misurare le forze del figlio e non buttarlo allo sbaraglio. Dovrebbero capire che un figlio ha la sua dignità anche se non é la fotocopia di chi l'ha generato. Dovrebbero fare un passo indietro e lasciarlo andare con le sue gambe, fornendo incoraggiamento e fiducia piuttosto che falsi attestati e riconoscimenti che non gli appartengono. Dovrebbero avere il coraggio di lasciarlo rischiare, di lasciarlo cadere e di farlo rialzare da solo. Gli altri non lo aiuteranno mai: bisogna insegnare che ognuno deve imparare a farcela, DA SOLO!   

domenica 29 aprile 2012

LIEVI PASSI TRA I GIORNI


Nella foto, io e FLAVIA WEISGHIZZI, relatrice, dopo la presentazione prevista dal contratto della mia casa editrice ALBATROS a seguito della pubblicazione della mia raccolta di poesie LIEVI PASSI TRA I GIORNI. Eravamo a Roma, presso la Libreria Mondadori di Via del Pellegrino N. 94, a due passi da Campo dé Fiori dove, tra l'altro, mi sono fermata a comperare un deliziosa tortina con mandorle e 'visciole' (amarene) assieme alla mia amica scrittrice FRANCA BASSI, che mi ha onorato della sua presenza alla manifestazione.

Che dire...le presentazioni sono sempre un'incognita. Fondamentale é il 'feeling' (non saprei come definirlo in modo diverso) che si instaura tra scrittore e relatore. Se le domande sono banali e poco 'sentite' l'intero discorso verrà a sua volta fuori con dei toni scipiti e blandi, con parole scarse e di poco effetto.

Non é stato così con Flavia, che invece mi ha fatto delle domande che presupponevano un'attenta lettura del mio testo (e anche di quello delle altre tre autrici che erano presenti con me alla stessa serata) e una profonda capacità di analisi. Non so cosa farci. Sarà perché sono così anche io, ma apprezzo grandemente la professionalità. In un mondo dove é sempre più consueta la tendenza a banalizzare un po' tutto, dove il 'copia-incolla' la fa da padrone e dove la testa tende sempre di più a perdersi nei propri meandri che, tra l'altro, non é detto che siano cos' fantastici, trovare persone che sono 'attente' ad altri modi di sentire mi regala sempre un senso di 'pienezza' di vita che non oso definire come gioia ma che tuttavia per certi versi ci somiglia molto.

Come ho detto anche altre volte, se una parte della soddisfazione del mio scrivere mi deriva, appunto, dal riuscire ad esprimermi tramite la parola, dall'altra é sempre grande e sempre nuova la piacevole scoperta di sentire che sono riuscita a stabilire una qualche sorta di 'comunicazione' che, benché possa essere misurata a vari livelli, é sempre un fatto estremamente positivo sia per me che anche, ne sono convinta, per i miei interlocutori.

Tra l'altro io e Flavia non ci eravamo sentite in anticipo per cui siamo andate 'senza rete' e, tra l'altro, lei non lo sa, ma la poesia che lei ha scelto e letto per prima é anche una delle ultime da me composte e che non é ancora del tutto relegata ad un modo di sentire che ha a che fare col passato, per cui mi sono sentita ancora di più coinvolta nel cercare di darle un senso davanti al pubblico.

Non sto qui a parlarvi delle mie poesie perché credo sia più interessante, coinvolgente e anche divertente, semmai, leggerle e tentare di collegarle a esperienze che più o meno la vita ha dato in serbo ad ognuno di noi. Quello che desidero sottolineare é, semmai, l'alone di speranza che le pervade e che se ne sta anche all'origine del titolo. Nella vita le difficoltà ci aspettano, c'é poco da fare. A volte i problemi si devono affrontare, a volte si possono eludere, ma quello che é il mio consiglio é questo: cerchiamo almeno di non farci troppo del male e di riuscire a vedere, anche nei momenti più bui, che qualcosa o qualcuno verrà a B. Pascal 'nous sommes embarquès', cioé...il mondo e la vita sono uguali per tutti. La morte e il dolore non ce li toglie nessuno e allora, tanto vale sperare e avere fede: si vive meglio!


mercoledì 18 aprile 2012

DELLE COSE CHE NON VANNO

Il momento é critico. Poco lavoro, pochi soldi per tutti. I negozietti del 'compro oro' si moltiplicano e nessuno capisce dove andrà a finire, poi, quell'oro. La benzina é sempre più carica di accise e il governo continua a spremere chi ha già dato. I suicidi di persone in difficoltà finanziarie si moltiplicano eppure la cosa é vista come un semplice 'male necessario'....che anzi ha avuto il merito di liberarci dal 'default'. DEFAULT che, assiema a SPREAD, é diventato uno dei due spauracchi dei giorni nostri..tanto le parole dette in inglese sembrano più leggere ed evanescenti, e invece picchiano, eccome e picchiano!
A volte questa situazione mi fa venire in mente un episodio de 'I Promessi sposi' dove mi pare di ricordare che  la folla inferocita le suoni di santa ragione al cancelliere spagnolo Ferrer che aveva rappezzato le casse del governo ma aveva affamato i cittadini. La storia si ripete. I secoli sono trascorsi, le guerre si sono accavallate sulle generazioni eppure si torna sempre a infognarci nei medesimi crocicchi, come in un bizzarro e infinito gioco dell'oca.
Facile dare la colpa agli altri, genericamente, tanto più che ultimamente vengono a galla sprechi e malaffari anche da parte dei politici che, almeno fino a ieri, si fa per dire, ci sembrava potessero essere (i più) puri. Lo dicevo anche tempo fa quando contrapponevo Lady Gaga a Adele. Oggi é la semplicità e la verità che ci salveranno e anche l'impegno, quello di ognuno di noi. Tutto quello che é finto e artefatto ha le ore contate, ci ha stancato e ci ha deluso Ed é giusto che sia così. Io sono convinta che se ognuno, nel suo piccolo, facesse o almeno provasse a fare per bene quello che deve fare saremmo già enormemente avvantaggiati. Ma non é facile spiegare queste cose specialmente ai giovani quando loro per primi vedono e toccano con mano atteggiamenti, forzature  e situazioni sballate e coercitive da parte degli adulti. E anche solo il mondo della scuola ne é pieno; c'é qualche rara perla ma la maggior parte del corpo insegnanti é composta da persone che vivono di rancori reciproci, che perdono più tempo a rimproverare gli alunni o a far casini inutili invece che infondere  il gusto per la materia che insegnano e magari anche un pizzico di coraggio per la vita.
Ma credo che in tutti i mondo culturali o lavorativi le cose girino più o meno così, come se fossero tanti mari chiusi dove girano i soliti pescecani che fanno incetta di tutto, dove sonnecchiano le sogliole che preferiscono nascondersi sotto la sabbia, dove i polipi trasmutano colore per mimetizzarsi e sembrare quello che non sono e dove guizzano  tutti gli altri pesci, ognuno a modo suo, tentando di far salva la vita almeno fino al giorno dopo... 

giovedì 12 aprile 2012

EIGHTIES

nella foto: Maggio 1985, Annalisa, che all'epoca aveva 25 anni. Credo fossi al Gambrinus, un ristorante vicino a Treviso.

Ogni tanto mi vengono in mano queste foto. Sono passati quasi 30 anni eppure ricordo molto di quel periodo, o meglio, nello specifico non saprei certo raccontare di preciso cosa ho fatto in un'annata piuttosto che in un'altra, ma quello che riconosco e che 'sento' é il mio spirito di allora. Fortunatamente sono stati anni che posso ben definire 'senza pensieri'. A parte la perenne e instancabile 'rottura' genitoriale e il 'cambio' per me epocale, dal mondo della scuola rispetto a quello del lavoro, avevo le mie giornate che scorrevano in grande serenità.
 Chi ha letto il mio Cuor di Briossshhh sa che all'epoca avevo un cane dobbermann di nome Sorbonne, al quale ero affezionatissima, sa che avevo da poco finito l'università e che avevo un fidanzato che abitava a 200 km di distanza e che con gli sci era un asso. E poi c'erano gli amici, pochi ma buoni, coi quali era sempre piacevole andare a farsi una giornata al mare oppure una bella sciata d'inverno. Avevo anche un padre 'importante' che giusto in quegli anni stava vivendo credo il punto più alto della sua parabola professionale. Ora che mio figlio guarda ridacchiando certi cinepanettoni che allora cominciavano ad essere in voga potrebbe avermi intravisto proprio in quei posti..Cortina era il 'must' dei giovani anni '80 e mia cognata, (la prima!) si era ingraziata tanto mio fratello che ci andavano entrambi e...io al seguito. Quando l'aperitivo era ancora qualcosa di sconosciuto che magari si vedeva solo in pubblicità, io, a quell'orario, verso le sette di sera, ero a farmi un 'ramandolo' (un vino dolcissimo e veramente buono) in enoteca e una volta, entrata in un negozio, mi é capitato di incontrare (o meglio, osservare) una scorbuticissima Marta (Marzotto, ovviamente) che, bardata di ampio pelliccione (assolutamente non 'eco') fino ai piedi redarguiva il malcapitato commesso di turno...
Si, non mi posso certo lamentare. Ero serena. Non avevo pensieri e la sera dormivo come un sasso fino al mattino dopo.
Ora non sono serena, ho pensieri e la sera faccio fatica ad addormentarmi. Il fidanzato di allora é poi diventato mio marito e gli splendidi figli che ho sono anche suoi ma...non riusciamo più né a parlarci né a vederci e ognuno, ormai da qualche anno, se ne sta andando per la sua strada. Allora c'erano gli yuppies e ora c'é la crisi. Allora c'era Sorbonne, un cagnone nero e grosso e ora ho Ugo, un gattino bianco e gracile. Eppure non dimentico né serbo amarezza per quella serenità che se n'é andata. Semmai, ho ancora il desiderio di ritrovarla, sotto altri aspetti magari, ma ci spero ancora e, soprattutto, se sento certe canzoni dell'epoca, avrei ancora l'infinito piacere di ballare, (magari) in una vecchia disco con quella palla di mosaico a specchio che moltiplica le luci colorate  e (magari, é ovvio!) con chi avesse la capacità di far ridere ancora  il mio cuore.